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Barkus Ventura - Paraiso do Pecado

 

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Brazil 2010 - dicembre

 

 

Un favelado che ha rapporti con un gringo, faccio mente locale. Un privilegio o un rischio? Qualsiasi campanello di allarme inizi a muoversi in fondo alla coscienza, conviene zittirlo e gettare il cuore oltre i timori.

Vagando per la città, mi sento anonimo, fortunatamente di­menticato. Forse esigo troppo da un mondo che ha solo pochi anni di democrazia. Quale, poi? Hanno smesso la schiavitù da cent’anni, ma sono ancora razzisti nei confronti di chi ritengono inferiore: neri, favelados e mendicanti.

Il termine “favelado” è sinonimo di indigente senza cultura, marginale, spesso bandito. La impreparazione europea fatica a comprendere il concetto di una vastità indifferente alle ragioni della logica, che si abbarbica come un’edera all’albero delle occasioni.

È facile sulla spiaggia far scomparire le differenze sociali, basta mettersi tutti gli stessi tipi di bermuda, gli stessi occhiali che sono venduti in ogni angolo delle strade a pochi reais. E smettere di ridere e giocare.

 


 

 

    . Maestro

Bisogna essere appassionati di qualche cosa, per osservare la verità? Bisogna, per caso, essere appassionati di umanità, per raccontarla?

Da molte angolazioni possiamo osservare per capire in cosa i popoli sono diversi. Non è solo la latitudine, che sebbene oggi sia facilmente superabile, in passato ha determinato eredità pesanti. L’urbanistica ad esempio sembra esserne la pelle. Case pulite e imbellettate come facce, pareti incrostate come i destini, abitazioni ordinate e spocchiose o sparse come i funghi dopo un temporale sociale. La lingua non separa più, basta poco per impossessarsi dei rudimenti della comunicazione. Tutto il resto richiede sacrificio e sangue, due cose con valore diverso a seconda delle aspettative culturali di riferimento. Mi ero intestardito a non andare più nei soliti alberghi moderni, tutti identici a ogni latitudine. Oggi posso convivere con piatti sporchi nei corridoi e moquette vecchie piuttosto che osservare il mondo da dietro il vetro di un acquario. Me­glio il puzzo popolare che la gelida aria condizionata malata che ti obbliga a essere costante finanziatore delle multinazio­nali farmaceutiche.

Rimango silenzioso a osservare la strada. Il caldo soffocante entra dal finestrino e dalle feritoie impolverate del cruscotto cucinato dal sole.

Se a qualcosa serve vivere è a dissipare l’intervallo inutile, concentrandosi sulle piccole cose che appartengono solo a noi. Cerco inutilmente di seminare la mamasan, mi trova dentro al labirinto di bancarelle e vapori collosi di salsiccia, riattaccandomi con sevizie personali. Non ce la farò mai a vivere come loro, rimarrò sempre un gringo. Respirare e camminare è un privilegio cui non posso aspirare, loro vivono e io li guardo vivere, mi guardo osservare fino a quando, chissà, osserverò interessato un proiettile vagante attraversare una zucca, la mia o quella di fronte.

Fin troppo facile osservare la propria vita attraverso gli occhiali del viag­giatore. Ma alla fine può capitare di peggio, o di meglio: togli le lenti e le getti via, obbligandoti a gustare e toccare, sporcandoti le mani.

 

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