p a r a i s o  d o  p e c a d o       .     l i b r i      .    b l o g      .     a r t i c o l i      .      f o t o       .     a b o u t      .      e v e n t i     .     c o n t a t t i 

 

Barkus Ventura - Paraiso do Pecado

h o m e

 

 

 

Note bibliografiche

 

Barkus M. Ventura ha svolto per anni attività di consulenza organizzativa per enti e strutture pubbliche e multinazionali come free lance. Ha inoltre  collaborato con pubblicazioni italiane e internazionali di cultura e turismo.

Nel 1987 e nel 2001 ha seguito l'elezioni presidenziali venezuelane come consulente esterno dell'agenzia Ymenez Castillo. Nel 2003 ha contribuito alla visita a strutture italiane di Elaborazione dati e Cogenerazione a dei costruttori dei siti militari venezualani.

Ha lavorato per anni come organizzatore di eventi e come consulente per archiviazione ed elaborazione di profiles.

 Attualmente scrive su siti come Travel Brazil e Turisti per Caso di Susy Bladi e Patrizio Roversi e testate online come Quotidiano Italia di Francesco Torellini e Musibrasil.net diretto dal giornalista Fabio Germinario, dove cura una rubrica, Cores do Brasil.

Da Londra a Caracas a Marrakech, è tutta una ricerca di collocare il giusto volto alle situazioni che si celano dietro le maschere. Solo la fuga dalle trame dei potentati culturali lo sospinge fra le calde braccia di mae Brazil.

Oggi Barkus divide l'anno equamente fra Venezia e Rio de Janeiro.

 

 

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Paraiso do Pecado

Sexo & Noir, oltre le ombre del sogno tropicale

 

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Sinossi del libro

Mondo lontano che coinvolge, a volte stravolge con la sua sensualità, il Brasile della cartoline turistiche accoglie le speranze di Samuele Vianello, detto Sam, imprenditore del ricco nordest italiano che, stanco dell’inarrestabile schiavitù del produrre, decide di vendere il suo magazzino di tessuti a Venezia e cambiare vita. Ha da poco scoperto il fascino del Brasile, il caldo delle spiagge ombreggiate dalle palme, il refrigerante Guaranà naturale, l’accidia delle giornate che scorrono apparentemente inconcludenti, lente e possenti come le onde di un mare che sembra immune dall’ansia degli obblighi e delle responsabilità. Nel tentativo di riscatto di una vita ordinata, controllata, ricca economicamente ma repressa sessualmente, Samuele cerca affannosamente di recuperare il tempo perduto cercando di costruire una nuova vita con un giovane brasiliano. 

Sullo sfondo, la peccaminosa metropoli tropicale coinvolge Sam nei colori e contraddizioni della strada, nelle scorribande dei banditi delle favelas, nella vita umile e allegra dei ragazzi delle spiagge e delle saune a caccia di gringos da spennare, nell’accidia di una cultura troppo giovane e spesso priva di coscienza morale, che finisce per svelare una cruda realtà: niente è gratis, nemmeno il sogno.

  La sua ricerca di fuga si intreccia con la storia di uno svizzero che si rivela il pilota di un leader arabo, lui pure invischiato in storie di sesso e trasgressione, che sfocia in un gioco di ricatti ordito da personaggi dell’intelligence.

Lo sguardo si solleva sulla società attuale brasiliana, sulle abitudini di un popolo solare e indisciplinato, sottraendosi man mano ai numerosi luoghi comuni del turismo frettoloso, ai dilemmi e ai preconcetti sulla sessualità, senza eccessiva preoccupazione di aderire alla psicologia della letteratura benpensante, accostando panorami inusuali a episodi cruenti di cui in Italia nessuno parla mai.

Quando Mario, un immobiliarista connazionale, viene ucciso da dei minorenni, e attorno a lui fioccano le vittime di assalti e rapine, Sam scopre con orrore che dietro la facciata sorridente della città scorre una strategia della spoliazione che vede alleati governanti e trafficanti, forze dell’ordine, avvocati senza scrupoli e garotos de programa.

A farne le spese sono i gringos stranieri, sopraffatti dalle bellezze naturali della Cidade Maravilhosa. Turisti che si trovano a pagare per l’atroce peccato originale dei loro avi colonizzatori e a fare i conti con una sorta di diritto del terzo mondo che confonde invidia e vendetta, sapendo di poter contare su una endemica impunità.

                                                                                                18 novembre2010

 

 

   "...Il Brasile mi fulminò, inatteso, nel novembre 2001. Adoro il mondo dimenticato dai telegiornali, l’Asia nascosta fra i pa­raventi di dimensioni parallele e l’Africa nera, anzi il concetto di mistero esclusivo, ciò che va oltre la brezza dei venti che lambiscono le dune del deserto al tramonto, oltre l’anonimato di una vecchia casa di roccia affacciata sulla foce uruguayana del Rio de la Plata, oltre le lucenti gioie delle spiagge gremite, dietro i sorrisi, i sogni disponibili, i corpi in vendita. Cerco il perché io stesso sia frettoloso nel desiderio, , la radice del giudizio razziale nel gps morale del considerarsi giusti.

Una crociata identitaria ignorante e perenne, scusata e riavviata a ogni levata di scudi, a ogni chiamata a coorte del chi siamo noi, dei meglio e del peggio, del ma guarda e del non ammetto. I xe tutti matti, facile sputare in faccia alla fragilità sottratta che chiede all'individuo sempre di scegliere fra la protezione di un gruppo locale e i dubbi del sopravvivere con i propri sogni e dolori. Amo i paesi ebbri di sonno, colorati nella vita popolare anche se tecnologicamente sfigati. Amo guardare fin dove s’è spinto un uomo che vive nella sua città, a contatto con tradizioni e stimoli che riconosce appartenenti alla propria comunità.  Sfuggo Tenerife e Sharm el Sheik come la peste, i luna park recenti che vendono un esotismo a basso prezzo, e nessuna identità culturale. I taxisti immigrati non sanno dare spiegazioni, i baristi non parlano la lingua locale, le tradizionali tazze stampate son tutte prodotte a Shangai.

È  per questo che avevo preferito l’Argentina e l’Uruguay. Ma un salto a Rio lo dovevo proprio fare, per aggiungere una crocetta al mio elenco che navigava ormai stabilmente sopra i sessanta paesi.  Appena atterrato mi colpì ciò che mancava: l’ansia. Il ritmo approssimativo pesava nell’aria come un presentimento, l’opposto della colpevole preoccupazione che marcisce lo stomaco dei popoli evoluti. Come attraversando uno stargate geografico ero piombato in una dimensione nuova, fatta di noncuranza, sorrisi e vaffanculo il resto..."

 

 

"... Mi ero fatto catturare subito da Luiza, quel giorno sul calçadao di Copacabana. Era l’orgoglio di mettere una crocetta sull’elenco delle conquiste, una tacca sul calcio della pistola ma­schile da mostrare agli amici. E siamo finiti subito al motel Luna, fra luci regolabili a rotella e video porno in tv, nel letto rosso tondo bordato di similpelle. Una coreografia che faceva pensa­re subito alle acrobazie, liberandoti dall’immaginazione. Le sue mani avevano subito dettato legge gettandomi a terra e iniziando a controllare la mia pelle centimetro dopo centimetro. Toccava e strizzava, accarezzando e torturando le zone più deboli, dimo­strando una familiarità con i confini del godimento e dell’agonia. Poi era passata all’uso della bocca ..."

 

"... Tutt’intorno si spandono gli odori della tentazione godereccia, le luci di una sana lussuria animalesca.  Musica, birra, cibo e sesso distribuiti senza ritegno sulle strade e sull’esteso guanciale di spiagge e foreste tropicali su cui posare le membra provate dall’eccesso, nella sola città al mondo dove si può peccare senza vergogna.  La bellezza delle baie inframmezzate dai pan di zucchero di smeraldo non induce alla moderazione.  La spiaggia regola tutto, non soltanto le giornate e le stagioni, ma anche il momento dello sport, dell’abbronzatura, dell’incontro fortuito, rubando alla strada i colori e l’affollamento per trasformarli in paciosa allegria. Dicono che con Rio de Janeiro il Creatore abbia sfiorato la perfezione. Poi, per controbilanciare tale meraviglia, l’ha popolata di brasiliani..."

 

«.... Droga, néh, ragazzi, polvere, maconha... Io voglio fare qualche cosa di meglio che passare le mie giornate con quel viado svizzero. Io entro nel traffico, mi voglio occupare di armi ....».

 

Un Arabo a Rio

 

Richard esce dalla sua stanza all’undicesimo piano dell’At­lantico Copacabana. In quel lussuoso hotel vengono tollerati festini con ragazzi e ragazze, in nome della valuta pregiata dei clienti. Come la maggior parte degli altri esercizi, l’amministrazione è benevola e spesso complice, consentendo ai clienti di portarsi in stanza le conquiste effettuate nei locali di Copacabana senza ipocriti moralismi. D’altra parte il Brasile si sostiene con il turismo e per una ormai larga parte di questo flusso i media occidentali hanno coniato il termine di turismo sessuale. “Contraddizione della civiltà” si sofferma a pensare. Ogni cultura produce i suoi sfoghi accettati, altrimenti scoppierebbe. Si concede di pensare agli europei che conosce bene, così controllati e organizzati, così dediti al lavoro e schiaccia­ti da ogni altra responsabilità castrante. Ripuliti e isterici. La loro sete di conquista ha creato le mete del sesso, colonie a distanza di aereo dove sfogare le proprie repressioni. Molto meglio che impazzire e accoltellarsi in autostrada, o salire sul tetto di un centro commerciale con una carabina e due scatole di proiettili, come succede negli States. La stessa società che aveva colonizzato, saccheggiato e sfruttato le nuove terre oggi si diverte a dipingerle come luoghi derelitti. In Sudamerica come in Oriente le organizzazioni occidentali sventolano la bandiera del peccato, riempiendo per qualche giorno le pagi­ne dei giornali con le loro campagne moralizzatrici. Un modo ipocrita di farsi pubblicità in patria, al costo di un biglietto ae­reo e qualche bustarella. Il mondo civilizzato sa sommergere le aree in via di sviluppo dei suoi rifiuti anche culturali, demo­crazia in testa, soffocando l’ignoranza di chi non può capire, con una prosopopea populista che ruzzola immancabilmente ai piedi del medesimo auditorio fatto di conniventi, lobbisti e yes-men prezzolati. Il marketing impera e la politica se ne frega dei problemi delle masse. La gente conta solo quando sono delle schiere da irreggimentare dietro il proprio vessillo. Ma il Brasile non è Cuba o la Thailandia: il godimento ce l’hanno nel sangue. Questo pensa Richard prendendo le distanze dalla civiltà della globalizzazione sionista. Le statistiche gli danno ragione: nella sola Rio de Janeiro su tremila alberghi più della metà sono motel a ore, usati per il novantacinque per cento dai brasiliani stessi. E di motel se ne trovano in ogni città del paese, anche dove un turista non metterebbe mai piede. In un paese dove la parola fedeltà manca addirittura dal dizionario, non ci si può aspettare altro. Il sesso per un carioca è un piacere semplice e frequente, un consumo senza imbarazzo come bere una birra in compagnia o giocare a palla sulla spiaggia. Comune come il nutrirsi, e difatti scopare si dice comer, come mangiare. Il brasiliano non è ancora vittima della vergogna tipica della morale araba, statunitense o europea. Se l’appagamento è mentale, l’arabo lo fa per rabbia sfuggen­do a un controllo poliziesco, politico e religioso che sono un tutt’uno con la prevaricazione dei detentori del potere sulla la povera gente. Se l’europeo fa sesso inseguendo l’amore eterno, il brasiliano cosa immagina? La ola del calcio, probabilmente, la sbornia di birra, gli eccessi del carnevale libero.

Un Terzo Mondo libertino, animale e votato all’eccesso. I consumi erano sempre corrisposti per quantità. Ricorda quando da ragazzo nel collegio l’unico pasto consisteva in una tajine per ogni tavolata di sei ragazzi, che garantiva a testa un pezzetto di carne grosso quanto un dito, e un paio di pu­gnetti di cuscus. Ci si avventava sul piatto centrale cercando di riuscire a fare una pallottola di semolino un poco più grande. L’avidità e la fretta facevano rima con la sopravvivenza. Tutti avevano imparato che chi arriva ultimo può recriminare solo con se stesso. Qui in Brasile hanno invece la cultura del rodizio. Si paga un prezzo fisso e i camerieri continuano a por­tarti roba fino a scoppiare. Rodizio di carne, rodizio di pizza, rodizio di crepes. Erodizio di sesso. Per strada, nei locali, nelle discoteche, nelle spiagge. O meglio ancora nelle saune, più controllate e sicure, come quella dove sta dirigendosi adesso. Il commercio del proprio corpo è legale, in Brasile, come ven­dere carne alla griglia, gustosa e succulenta. Come dicevano gli antichi sufi, il diletto è una materia che si può apprendere, ma non certo insegnare.

Esce in Rua Sequeira Campos e si dirige verso destra, immergendosi fra gli odori di ananas ormai passati, nelle povere luci delle bancarelle che portano alla biforcazione per la favela Tabajaras. Cammina per qualche centinaio di metri, poi attraversa la strada, per portarsi sul lato opposto. Mantiene un incedere spedito, come di colui che ha una meta da raggiungere. Anche in una città come Rio si può distinguere un turista dal modo di camminare: lento, con la testa che gira incuriosita a destra e a sinistra attratta da ogni luce, da ogni vetrina, da ogni cibo cucinato per strada, da ogni pezzo di pelle scoperta. E poi si lamentano degli assalti. I gringos americani sono i peggiori, con la loro pelle biancastra mala­ticcia e cadente, lisciata da migliaia di jacuzzi e saponi emol­lienti. Un pelo di turista del Primeiro Mundo è più asettico di una siringa sterilizzata. Con tutto quello spreco di pulizia il loro cervello è impreparato a sopravvivere nella giungla d’asfalto. In questo Rio è come Beirut o Marrakech e lui si trova a suo agio…

 

 

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PARAISO DO PECADO

 Fuga dal sogno tropicale
 

Barkus Ventura
 

 

lo trovi scontato su:

© 2010 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l., Roma

Codice ISBN 978-88-567-2940-5

Nel Catalogo MURSIA

e-book online su:

www.ilfiloonline.it

 


 

 

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