|
Mondo lontano
che coinvolge, a volte stravolge con la sua sensualità, il Brasile della
cartoline turistiche accoglie le speranze di Samuele Vianello, detto
Sam, imprenditore del ricco nordest italiano che, stanco
dell’inarrestabile schiavitù del produrre, decide di vendere il suo
magazzino di tessuti a Venezia e cambiare vita. Ha da poco scoperto il
fascino del Brasile, il caldo delle spiagge ombreggiate dalle palme, il
refrigerante Guaranà naturale, l’accidia delle giornate che scorrono
apparentemente inconcludenti, lente e possenti come le onde di un mare
che sembra immune dall’ansia degli obblighi e delle responsabilità. Nel
tentativo di riscatto di una vita ordinata, controllata, ricca
economicamente ma repressa sessualmente, Samuele cerca affannosamente di
recuperare il tempo perduto cercando di costruire una nuova vita con
un giovane brasiliano.
Sullo sfondo, la peccaminosa metropoli
tropicale coinvolge Sam nei colori e contraddizioni della strada, nelle
scorribande dei banditi delle favelas, nella vita umile e allegra dei
ragazzi delle spiagge e delle saune a caccia di gringos da
spennare, nell’accidia di una cultura troppo giovane e spesso priva di
coscienza morale, che finisce per svelare una cruda realtà: niente è
gratis, nemmeno il sogno.
La sua ricerca di fuga si intreccia
con la storia di uno svizzero che si rivela il pilota di un leader
arabo, lui pure invischiato in storie di sesso e trasgressione, che
sfocia in un gioco di ricatti ordito da personaggi dell’intelligence.
Lo sguardo si solleva sulla società
attuale brasiliana, sulle abitudini di un popolo solare e
indisciplinato, sottraendosi man mano ai numerosi luoghi comuni del
turismo frettoloso, ai dilemmi e ai preconcetti sulla sessualità, senza
eccessiva preoccupazione di aderire alla psicologia della letteratura
benpensante, accostando panorami inusuali a episodi cruenti di cui in
Italia nessuno parla mai.
Quando Mario, un immobiliarista
connazionale, viene ucciso da dei minorenni, e attorno a lui fioccano le
vittime di assalti e rapine, Sam scopre con orrore che dietro la
facciata sorridente della città scorre una strategia della spoliazione
che vede alleati governanti e trafficanti, forze dell’ordine, avvocati
senza scrupoli e garotos de programa.
A farne le spese sono i gringos
stranieri, sopraffatti dalle bellezze naturali della Cidade Maravilhosa.
Turisti che si trovano a pagare per l’atroce peccato originale dei loro
avi colonizzatori e a fare i conti con una sorta di diritto del terzo
mondo che confonde invidia e vendetta, sapendo di poter contare su una
endemica impunità.
18 novembre2010

"...Il
Brasile mi fulminò, inatteso, nel novembre 2001. Adoro il mondo
dimenticato dai telegiornali, l’Asia nascosta fra i paraventi di
dimensioni parallele e l’Africa nera, anzi il concetto di mistero
esclusivo, ciò che va oltre la brezza dei venti che lambiscono le dune
del deserto al tramonto, oltre l’anonimato di una vecchia casa di roccia
affacciata sulla foce uruguayana del Rio de la Plata, oltre le lucenti
gioie delle spiagge gremite, dietro i sorrisi, i sogni disponibili, i
corpi in vendita. Cerco il perché io stesso sia frettoloso nel
desiderio,
, la radice del
giudizio razziale nel gps morale del considerarsi giusti.
Una crociata identitaria ignorante e perenne,
scusata e riavviata a ogni levata di scudi, a ogni chiamata a coorte del
chi siamo noi, dei meglio e del peggio, del ma guarda e del non ammetto.
I xe tutti matti, facile sputare in faccia alla fragilità
sottratta che chiede all'individuo sempre di scegliere fra la protezione
di un gruppo locale e i dubbi del sopravvivere con i propri sogni e
dolori. Amo i paesi ebbri di sonno, colorati nella vita popolare anche
se tecnologicamente sfigati. Amo guardare fin dove s’è spinto un uomo
che vive nella sua città, a contatto con tradizioni e stimoli che
riconosce appartenenti alla propria comunità. Sfuggo Tenerife e Sharm
el Sheik come la peste, i luna park recenti che vendono un esotismo a
basso prezzo, e nessuna identità culturale. I taxisti immigrati non
sanno dare spiegazioni, i baristi non parlano la lingua locale, le
tradizionali tazze stampate son tutte prodotte a Shangai.
È per questo
che avevo preferito l’Argentina e l’Uruguay. Ma un salto a Rio lo dovevo
proprio fare, per aggiungere una crocetta al mio elenco che navigava
ormai stabilmente sopra i sessanta paesi. Appena atterrato mi colpì ciò
che mancava: l’ansia. Il ritmo approssimativo pesava nell’aria come un
presentimento, l’opposto della colpevole preoccupazione che marcisce lo
stomaco dei popoli evoluti. Come attraversando uno stargate
geografico ero piombato in una dimensione nuova, fatta di noncuranza,
sorrisi e vaffanculo il resto..."

"...
Mi ero fatto catturare subito da Luiza,
quel giorno sul calçadao
di Copacabana.
Era
l’orgoglio di mettere una crocetta sull’elenco delle conquiste, una
tacca sul calcio della pistola maschile da mostrare agli amici. E siamo
finiti subito al motel Luna, fra luci regolabili a rotella e video porno
in tv, nel letto rosso tondo bordato di similpelle. Una coreografia che
faceva pensare subito alle acrobazie, liberandoti dall’immaginazione.
Le
sue mani avevano subito dettato legge gettandomi a terra e iniziando a
controllare la mia pelle centimetro dopo centimetro. Toccava e
strizzava, accarezzando e torturando le zone più deboli, dimostrando
una familiarità con i confini del godimento e dell’agonia. Poi era
passata all’uso della bocca ..."
"... Tutt’intorno si spandono gli odori della tentazione
godereccia, le luci di una sana lussuria animalesca. Musica, birra,
cibo e sesso distribuiti senza ritegno sulle strade e sull’esteso
guanciale di spiagge e foreste tropicali su cui posare le membra provate
dall’eccesso, nella sola città al mondo dove si può peccare senza
vergogna. La bellezza delle baie inframmezzate dai pan di zucchero di
smeraldo non induce alla moderazione. La spiaggia regola tutto, non
soltanto le giornate e le stagioni, ma anche il momento dello sport,
dell’abbronzatura, dell’incontro fortuito, rubando alla strada i colori
e l’affollamento per trasformarli in paciosa allegria. Dicono che con
Rio de Janeiro il Creatore abbia sfiorato la perfezione. Poi, per
controbilanciare tale meraviglia, l’ha popolata di brasiliani..."
«.... Droga, néh,
ragazzi, polvere, maconha... Io voglio fare qualche cosa di
meglio che passare le mie giornate con quel
viado
svizzero. Io entro nel traffico, mi
voglio occupare di armi ....».
Un Arabo a Rio
Richard esce dalla sua stanza all’undicesimo piano dell’Atlantico
Copacabana. In quel lussuoso hotel vengono tollerati festini con ragazzi
e ragazze, in nome della valuta pregiata dei clienti. Come la maggior
parte degli altri esercizi, l’amministrazione è benevola e spesso
complice, consentendo ai clienti di portarsi in stanza le conquiste
effettuate nei locali di Copacabana senza ipocriti moralismi. D’altra
parte il Brasile si sostiene con il turismo e per una ormai larga parte
di questo flusso i media occidentali hanno coniato il termine di turismo
sessuale. “Contraddizione della civiltà” si sofferma a pensare. Ogni
cultura produce i suoi sfoghi accettati, altrimenti scoppierebbe. Si
concede di pensare agli europei che conosce bene, così controllati e
organizzati, così dediti al lavoro e schiacciati da ogni altra
responsabilità castrante. Ripuliti e isterici. La loro sete di conquista
ha creato le mete del sesso, colonie a distanza di aereo dove sfogare le
proprie repressioni. Molto meglio che impazzire e accoltellarsi in
autostrada, o salire sul tetto di un centro commerciale con una carabina
e due scatole di proiettili, come succede negli States.
La
stessa società che aveva colonizzato, saccheggiato e sfruttato le nuove
terre oggi si diverte a dipingerle come luoghi derelitti. In Sudamerica
come in Oriente le organizzazioni occidentali sventolano la bandiera del
peccato, riempiendo per qualche giorno le pagine dei giornali con le
loro campagne moralizzatrici. Un modo ipocrita di farsi pubblicità in
patria, al costo di un biglietto aereo e qualche bustarella. Il mondo
civilizzato sa sommergere le aree in via di sviluppo dei suoi rifiuti
anche culturali, democrazia in testa, soffocando l’ignoranza di chi non
può capire, con una prosopopea populista che ruzzola immancabilmente ai
piedi del medesimo auditorio fatto di conniventi, lobbisti e yes-men
prezzolati. Il marketing impera e la politica se ne frega dei
problemi delle masse. La
gente conta solo quando sono delle schiere da irreggimentare dietro il
proprio vessillo. Ma il Brasile non è Cuba o la Thailandia: il godimento
ce l’hanno nel sangue. Questo pensa Richard prendendo le distanze dalla
civiltà della globalizzazione sionista.
Le
statistiche gli danno ragione: nella sola Rio de Janeiro su tremila
alberghi più della metà sono motel a ore, usati per il novantacinque per
cento dai brasiliani stessi. E
di motel se ne trovano in ogni
città del paese, anche dove un turista non metterebbe mai piede. In un
paese dove la parola fedeltà manca addirittura dal dizionario, non ci si
può aspettare altro. Il sesso per un carioca è un piacere semplice e
frequente, un consumo senza imbarazzo come bere una birra in compagnia o
giocare a palla sulla spiaggia. Comune come il nutrirsi, e difatti
scopare si dice comer, come mangiare. Il brasiliano non è ancora
vittima della vergogna tipica della morale araba, statunitense o
europea. Se l’appagamento è mentale, l’arabo lo fa per rabbia sfuggendo
a un controllo poliziesco, politico e religioso che sono un tutt’uno con
la prevaricazione dei detentori del potere sulla la povera gente. Se
l’europeo fa sesso inseguendo l’amore eterno, il brasiliano cosa
immagina? La
ola del calcio, probabilmente, la sbornia di birra, gli eccessi del
carnevale libero.
Un Terzo Mondo libertino, animale e votato all’eccesso. I consumi erano
sempre corrisposti per quantità. Ricorda quando da ragazzo nel collegio
l’unico pasto consisteva in una tajine per ogni tavolata di sei
ragazzi, che garantiva a testa un pezzetto di carne grosso quanto un
dito, e un paio di pugnetti di cuscus. Ci si avventava sul piatto
centrale cercando di riuscire a fare una pallottola di semolino un poco
più grande.
L’avidità
e la fretta facevano rima con la sopravvivenza. Tutti avevano imparato
che chi arriva ultimo può recriminare solo con se stesso. Qui in Brasile
hanno invece la cultura del rodizio. Si paga un prezzo fisso e i
camerieri continuano a portarti roba fino a scoppiare. Rodizio
di carne, rodizio di pizza, rodizio di crepes. Erodizio
di sesso. Per strada, nei locali, nelle discoteche, nelle spiagge. O
meglio ancora nelle saune, più controllate e sicure, come quella dove
sta dirigendosi adesso. Il commercio del proprio corpo è legale, in
Brasile, come vendere carne alla griglia, gustosa e succulenta. Come
dicevano gli antichi sufi, il diletto è una materia che si può
apprendere, ma non certo insegnare.
Esce in Rua Sequeira Campos e si dirige verso
destra, immergendosi fra gli odori di ananas ormai passati, nelle povere
luci delle bancarelle che portano alla biforcazione per la favela
Tabajaras. Cammina per qualche centinaio di metri, poi attraversa la
strada, per portarsi sul lato opposto. Mantiene un incedere spedito,
come di colui che ha una meta da raggiungere. Anche in una città come
Rio si può distinguere un turista dal modo di camminare: lento, con la
testa che gira incuriosita a destra e a sinistra attratta da ogni luce,
da ogni vetrina, da ogni cibo cucinato per strada, da ogni pezzo di
pelle scoperta.
E
poi si
lamentano degli assalti. I gringos americani sono i peggiori, con la
loro pelle biancastra malaticcia e cadente, lisciata da migliaia di
jacuzzi e saponi emollienti. Un pelo di turista del Primeiro Mundo
è più asettico di una siringa sterilizzata. Con tutto quello spreco
di pulizia il loro cervello è impreparato a sopravvivere nella giungla
d’asfalto. In questo Rio è come Beirut o Marrakech e lui si trova a suo
agio…
|