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Barkus Ventura - Paraiso do Pecado

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Raccontare

 

Come un prurito erotico, la curiosità ha smania di raccon­tarsi, l’intrigo è una vitamina, stimolo a scoprire e narrare, plasmando gli angoli delle strade fino a farli rientrare nelle pagine. È un far godere altruista che si bea del titillare con trasporto, identificandosi con la nascita espressiva.

Resisto ai sobbalzi con il timore di cadere dalla moto, chiudo gli occhi e mi riporto all’intervista del venerdì scorso, quando per la prima volta ho registrato lunghe domande indiscrete sulle vicende che hanno portato alla invasione della favela Rocinha da parte di membri di fazioni avversarie, affiliati al sanguinario gruppo denominato Terceiro Comando. Il mio contatto aveva ac­cettato di raccontarmi retroscena che la polizia non aveva reso noti.

Non so ancora come raccontare questa favola che ha in sottofondo le giornate fresche e assolate dell’autunno del Brasile, onde mugghianti che sbattono il mite Atlantico sulle sabbie solitarie, i palazzi vecchi dalla patina coloniale, ragazzi che giocano a palla anche di notte sulle spiagge illuminate di Copacabana e Flamengo o nelle strade dei rioni chiusi al traffico la domenica.

 

 (ragazzini giocano a futebol sulla spiaggia di copacabana

 

Una casa abbandonata le è stata assegnata da Biu, il capo-favela, perché lì nessuno può abban­donare un’abitazione e considerarsene ancora il proprietario. Lei ne aveva bisogno e le è stata data. Abita in una stanza che è insieme camera, cucina e tinello: il bagno è all’esterno. Una sciccheria che non avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare alle colleghe di corso. Appena venti passi più in su, salendo le ripide scale di cemento che con la pioggia diventavano vi­scide, arriva sulla Rua Apia, il serpentone che da Sao Conrado, all’ingresso della favela Rocinha, porta fino in cima al morro.

 Eppure c’è qualcos’altro a sfidare l’attenzione del viaggiato­re curioso, tra le rocce scure incastonate nel velluto bagnato dal mare, nelle serate seduti attorno a una grigliata di strada improvvisata, plagiati dalla gioia delle feste senza preoccupa­zione per il domani. È il contagio di un continente riscoperto che spinge a raccontarne le storie, surfando sulle onde che schizzano di povertà e di arrangiarsi, passeggiando sulle sabbie calpesta­te da ragazzi che non conoscono i padri, della famiglia solo una parte, fagioli e bollette scadute, risate e tiepide speran­ze. Dopo un po’ la presunzione si amalgama all’abbandono e percepisci nuove sfumature. Mi accorgo di amare un paese dopo che inizio a riconoscerne una musica, una luce, un sapore. Questo è il salario del viaggiatore, avere tanti piccoli ricordi, curiosità e interessi rende ampia e persisten­te qualsiasi soddisfazione.

Si è già accostumato alla pratica brasilia­na di approfittare degli stranieri. Ogni tanto infatti arriva una vicina a chiedere un aiutino, o la cameriera a raccontare dei problemi della madre malata, o qualcun altro con la vacca che è morta. Tutti a chiedere, tutti a reclamare con spirito gioviale, alla ricerca di un trucco che risolva la propria irresponsabile propensione a vivere l’oggi senza programmazione.

 In Brasile virtù e pene si mescolano in strada e nel letto, mischiate come i variopinti sapori dei piatti unici zeppi di riso e fagioli, strogonoff di carne e insalata russa, aipim e carne secca, formaggio e banane fritte. È per questo che vale la pena di raccontare ognuno la propria storia, intrisa di falsi timori e di certezze costruite ad arte. Il carro delle colpe, trainato da aguzzini ideologici travestiti da candidi animali, distribuisce giudizi e punizioni, sempre e solo punizioni. Se esci dalla strada battuta hai l’impressione che nessuno verrà a cercarti. Questo vale per chi ha un’anima che anela a una posizione nell’ordinamento universale.

 Non è difficile comprendere che i quotidiani urlino messaggi che si confondono con i gesti, con il ritmo, con il panorama. Sono così pervasive le favelas, l’impunità, i margi­nali, e così tanti i dirigenti e i manovali del crimine, che ogni abitante ha la sua storia da raccontare, un parente assaltato, un’amica colpita da una bala perdida e ognuno a Rio potrebbe entrare a far parte di questo triste elenco.

 Così sembra essermi successo fin troppe volte. Anche le persone mantengono il disagio di un buon vino, o di una fre­sca papaia: fuori del loro ambiente non hanno più lo stesso gusto. Ne parlavo con Marcos l’anno in cui arrivai in Brasile, giusto per raccontargli di me…

 

 

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PARAISO DO PECADO. Fuga dal sogno tropicale
Barkus Ventura
€19.00

 

 

© 2010 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l., Roma

Codice ISBN 978-88-567-2940-5

Disponibile in Libreria nel Catalogo MURSIA

e subito online su:

www.ilfiloonline.it

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